D.S.A.: l’importanza della diagnosi

D.S.A.: l’importanza della diagnosi

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Cosa si intende per “disturbi specifici d’apprendimento”?

I disturbi specifici dell’apprendimento (DSA) vengono solitamente definiti come l’insieme dei disordini dell’età evolutiva caratterizzati da una specifica difficoltà nell’acquisizione di una o più abilità scolastiche: lettura, scrittura, calcolo.

Spesso si presentano come una sindrome clinica persistente nel tempo che si esprime con diversi livelli di gravità e pervasività.

La principale caratteristica di queste difficoltà è che si riscontrano in persone dotate di una normale intelligenza e in assenza di situazioni di deficit neurologici o sensoriali, disturbi psicopatologici primari o svantaggio socioculturale.

I DSA sono disturbi del neuro-sviluppo che si manifestano con l’inizio della scolarizzazione, in Italia si stima ci sia almeno un alunno con un DSA per classe

Il bambino/ragazzo con DSA, in genere, attraversa un percorso scolastico caratterizzato da enormi difficoltà che impediscono allo stesso di sviluppare l’autogoverno delle proprie azioni mentali.

Questa condizione funzionale può essere notevolmente migliorata dall’azione educativa.

 

Perché è importante intraprendere un percorso diagnostico?

Un percorso diagnostico, che coinvolga, per primo il NEUROPSICHIATRA INFANTILE è fondamentale per approfondire o escludere eventuali disturbi.

Nel percorso diagnostico vengono prima di tutto indagati i parametri che danno una risposta a quesiti quali:

  1. esiste un reale problema?
  2. quale è l’esatta natura del problema? (C’è un DSA? Quale?)
  3. quale è l’esatta entità del problema? (grave, medio, lieve)

La risposta a questi quesiti viene data da una diagnosi, detta di primo livello.

 

La DIAGNOSI è importante perché aiuta a conoscere le caratteristiche del disturbo e a convincersi che c’è sempre un modo per superarlo.

 

Aiuta il bambino/ragazzo a:

  • raggiungere la consapevolezza delle proprie difficoltà, ma soprattutto della propria intelligenza e delle proprie abilità (memoria visiva, creatività, ecc.);
  • capire che, grazie a queste e attraverso l’uso di semplici strategie, può riuscire a superare ogni ostacolo;
  • scegliere il percorso scolastico che desidera senza rinunciare a priori scegliendo scuole che richiedono prestazioni inferiori alle sue possibilità.

Aiuta i genitori e gli insegnanti a:

  • riconoscere e valorizzare i punti di forza del bambino;
  • individuare la modalità di apprendimento propria del bambino;
  • saper tracciare un confine chiaro tra ciò che dipende o non dipende dal suo impegno.

Dà diritto ad utilizzare mezzi compensativi o misure dispensative a scuola, nei momenti di verifica e valutazione.

 

Perché mio figlio ha questa difficoltà?

Solo una diagnosi di secondo livello, analizzando le abilità sottostanti i singoli sistemi, evidenzierà non solo le debolezze, ma soprattutto i punti di forza del proprio bambino. Queste informazioni sono le uniche utili per aiutare i ragazzi con DSA a compensare, perché grazie alla sua intelligenza ogni bambino è in grado di trovare strategie personali per superare le difficoltà strumentali.

 

Riteniamo, infine, che per la particolare conformazione della Sindrome Dislessica, la sua evolutività e la compresenza di indicatori specifici e non specifici, spesso di piccola entità, l’azione diagnostica debba essere competenza di specialisti non per titolo ma per formazione, ovvero di specialisti formati.

 

A chi rivolgersi per avere una diagnosi?

La diagnosi, come già detto, coinvolge prima di tutto il NEUROPSICHIATRA INFANTILE che attraverso una attenta raccolta anamnestica e una valutazione del funzionamento cognitivo del bambino, escluderà la presenza difficoltà a livello cognitivo (che può dar luogo a difficoltà simili a quelle di chi ha un DSA) ed eventuali danni neurologici.

 

Vengono poi indicati dal clinico approfondimenti presso altre figure specialistiche in base alle caratteristiche del bambino:

  • il LOGOPEDISTA: analizza la velocità, l’accuratezza e la comprensione della lettura e della scrittura, le abilità numeriche e tutti gli eventuali automatismi ancora non stabilizzati (mesi dell’anno, tabelline…);

 

  • L’ORTOTTISTA: fa un controllo approfondito dei movimenti oculari;

 

  • il NEUROPSICOMOTRICISTA dell’età evolutiva: valuta le abilità visuopercettive, le funzioni esecutive e fa un bilancio della motricità, della scrittura e di tutta la coordinazione motoria;

 

  • lo PSICOLOGO, valuta il comportamento, lo stato emotivo e il funzionamento intellettivo del bambino, osservandolo nella sua globalità;

 

  • il PEDAGOGISTA, indica i percorsi didattici più funzionali.

 

Non dobbiamo spaventarci di tutte queste figure coinvolte (non sempre devono essere chiamate in causa tutte), anzi attiviamoci subito, perché la diagnosi, specie se tempestiva, riduce il rischio delle ricadute psicologiche, negative per la crescita del nostro bambino (ansia, depressione, bassa autostima…).

Al termine di tutte le prove effettuate dai vari specialisti, il medico può stilare la diagnosi.

 

Quando si fa la diagnosi?

Teoricamente, non potrebbe essere stilata prima della fine della seconda elementare per dare il tempo a tutti i bambini di automatizzare i processi della letto-scrittura e del calcolo.

È comunque indispensabile la segnalazione precoce perché già dalla prima elementare o addirittura dalla scuola dell’infanzia, attraverso alcuni indici predittivi, è importante cominciare ad “esercitare” alcune abilità.

Benché quindi la diagnosi di dislessia non può essere effettuata prima della fine della seconda elementare, nelle logiche dei manuali diagnostici, ogni disturbo va apprezzato precocemente allo scopo di dar luogo alla prevenzione ed al trattamento precoce.

Nella prospettiva di un disturbo funzionale ad ampio spettro, con alto interessamento delle funzioni prassico-motorie, l’età di pertinenza della diagnosi si abbassa ai sei/sette anni (secondo semestre della classe I^), ma si offre ad una buona visibilità già a cinque anni, seppur con le necessarie riserve, ma anche “senza essere troppo cauti”.

La fase dei 5/6 anni, che vede il maggior sviluppo di una serie di funzioni proprie della seconda infanzia (coordinamenti generali, organizzazione spazio-temporale, simbolizzazione, linguaggio, relazionalità, percezione delle quantità, alcune forme della “conservazione”, ecc.), e che vede il bambino attraversare l’ultimo anno di frequenza della Scuola dell’infanzia e l’inizio della Scuola primaria, relativamente alla Sindrome Dislessica si configura come una condizione di transito durante la quale possono già manifestarsi indicatori fondamentali e consentire una prima valutazione di allertamento.

Vi possono infatti comparire:

– disfunzioni;

– incerti livelli delle prestazioni;

– discontinuità;

– smarrimenti.

 

Precocemente dunque si possono attivare alcune delle procedure e degli strumenti di valutazione, come:

– Osservazione clinica.

– Colloquio clinico.

– Studi di caso.

– Esami funzionali.

– Test psicometrici.

– Scale di livello.

– Tavole di comparazione.

– Profilo Dinamico Funzionale

In via generale si può ritenere, che “Con la diagnosi e l’intervento precoce la prognosi è buona in una percentuale significativa di casi”.

 

Il trattamento da Progressi: La Teoria Prassico Motoria

I professionisti di Progressi hanno adottato come metodo di riferimento nel trattamento dei bambini con disturbi dell’apprendimento la Teoria Prassico Motoria (TPM) del Professor Crispiani, che riconosce nella dislessia un disturbo delle prassie con particolare riferimento alle sequenze ed alla fluidità delle funzioni esecutive e con interessamento dell’organizzazione spazio-temporale e della dominanza laterale

Il metodo tratta i DSA collocandoli nell’ambito delle funzioni neuromotorie e delle relative disfunzioni, con particolare interessamento di almeno tre fattori generali e trasversali a molte prestazioni esecutive umane:

a) l’assetto della dominanza laterale;

b) l’organizzazione spazio-temporale;

c) il processo funzionale della successione.

Tali componenti appaiono a vario grado disfunzionali nei DSA e li iscrivono nella più ampia categoria della disprassia, condizione umana che riscuote oggi un rinnovato interesse scientifico e clinico.

Quello che applichiamo è un approccio individuale, empirico ed ecologico che considera la natura neuromotoria del disturbo dislessico, descrivendo la dislessia come “disprassia sequenziale” (Crispiani, 2011).

Lettura, scrittura e calcolo sono infatti processi che si svolgono nel tempo e nello spazio come sequenze di azioni e richiedono, nelle culture occidentali, una successione in orizzontale e da sinistra verso destra.

Il “Metodo Crispiani” consta di: esperienze, ricerche e studi, azioni professionali, procedure e materiali, documentazioni, progettazione di ambienti, materiali e tecnologie per:

  • La diagnosi
  • La valutazione funzionale
  • La prevenzione
  • La progettazione abilitativa
  • Il trattamento abilitativo
  • La consulenza alla scuola
  • La consulenza alla famiglia
  • L’orientamento scolastico
  • L’aiuto all’adattamento
  • Il potenziamento cognitivo

La Condizione Dislessica non è una patologia.

La Condizione dislessica include sempre Dislessia, Disgrafia e Disturbi delle abilità matematiche (è un disturbo integrato), costituisce un Disturbo delle Funzioni esecutive nel senso della Disprassia, una forma di disordine funzionale (non di deficit), e comporta sempre una forma di Dislateralità presente o pregressa.

La Persona dislessica è tendenzialmente lenta, a volte alterna lentezza e precipitazione, sempre esprime insufficiente organizzazione nel tempo e nello spazio, a volte eccede nella precisione e nell’ordine.

Quasi sempre manifesta esitazioni nell’incipit dell’agire di ogni tipo e nel controllo del tono muscolare.

Spesso il linguaggio del dislessico è lento o precipitoso, non reca disturbi di ordine semantico (simbolico, fonologico), ma di ordine motorio (esecutivo, sequenziale, fonetico, es. inversioni, interruzioni, disfluenza, lentezza/precipitazione).

Anche il pensiero non è immune dal disordine dislessico, infatti può mostrarsi lento e smarrito, ma anche intuitivo, brillante, tendente a bypassare la sequenza regolare dei concetti e delle proposizioni.

Talvolta è disordinata anche la sintassi del pensiero. Insicurezza, emotività, umoralità accompagnano spesso il ragazzo dislessico.

La familiarità è quasi totale, quindi la natura biologico-genetica.

La Dislessia non è un deficit, ma un disordine.

La Dislessia è un Disturbo della esecuzione del: leggere, scrivere, contare, incolonnare, comprendere il testo dei problemi, ecc. ed è per effetto di ciò che può disturbare gli apprendimenti scolastici.

 

Come si svolge il Trattamento?

Per Trattamento abilitativo si intende l’insieme delle azioni dirette sul caso (azioni educative, terapiche), l’impiego di situazioni, ambienti e materiali coerenti ad un progetto di funzionalizzazione attiva, con esclusione delle “misure sostitutive” che evitano al soggetto di esercitare e migliorare le proprie competenze.

Nell’ambito della TPM, il trattamento abilitativo è condotto da operatori specialisti secondo le linee procedurali e le logiche della Strategia Ecologico-Dinamica nel contesto del Sistema CO.CLI.T.E. (COgnitivo CLInico Trattamento Educativo).

SCOPO DEL TRATTAMENTO non è l’utilizzo di strumenti che bypassano i problemi e privano i ragazzi del necessario esercizio funzionale, ma di sollecitare, monitorare e spingere a fluidità sia le capacità di base (motorie, percettive, di memoria, linguistiche, di pensiero, grafo motorie) che quelle primarie (lettura, scrittura, matematica).

Il Trattamento impegna lo specialista nella presa in carico dell’allievo e della sua condizione personale ed è valutato sistematicamente dal confronto delle rilevazioni dei familiari, dei docenti e del terapista.

 

Gli obiettivi da raggiungere

  • Potenziare la fluidità e l’accuratezza delle funzioni esecutive complessive
  • Migliorare le competenze del: leggere, scrivere e delle prestazioni matematiche
  • Migliorare la fluidità esecutiva ed il contatto con la classe e con i pari
  • Migliorare la disponibilità ai compiti ed alla vita
  • Evitare il ricorso misure sostitutive, aggiramenti, fughe, finzioni, tranne per esami finali, concorsi, prove selettive
  • Perseguire un’autonomia funzionale, non sussidiata
  • Fare proprio il motto “IO NON MI ARRENDO”.

Il trattamento abilitativo mira a potenziare/migliorare:

  1. Successioni: sequenze e processi sequenziali in ogni funzione: sequenze motorie, percettive, mnestiche, grafo-motorie, linguistiche, di pensiero, ecc…
  2. Coordinamenti prassico-motori
  3. Lavoro da sinistra a destra
  4. Lavoro sulla parola intera: globalismo, predittività
  5. Lavoro sugli enunciati: globalismo, predittività
  6. Lavoro sul senso dei messaggi verbali: predittività e comprensione del testo
  7. Fluidità esecutiva
  8. Automatismi esecutivi: rapidità dell’incipit e del procedere in avanti
  9. Autoregolazione: rapidità nell’autocontrollo ed autocorrezione
  10. Intenzionalità: consapevolezza del problema, del processo in atto e partecipazione movitazionale del soggetto
  11. Autostima: spinta al potenziamento e al miglioramento della qualità della vita

Per qualsiasi dubbio o chiarimento non esitare a contattarci

Da Progressi potrai trovare professionisti specializzati per accompagnarti in un percorso di valutazione e diagnosi.

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Si tratta di un INCONTRO INFORMALE in cui potrai esporci tutti i tuoi dubbi sulle difficoltà del tuo bambino o su ciò che di strano hai riscontrato nei suoi comportamenti, la responsabile del centro ti guiderà nella comprensione del problema e nella scelta dell’intervento terapeutico che più si adatta alle sue esigenze.

Porta con te la documentazione clinica del bambino, la sua presenza non è opportuna in questa fase. Se non hai possibilità di lasciarlo a qualcuno portalo qui, potrà aspettarvi nell’area giochi.

 

Il Centro Progressi ha due sedi

VILLA ADRIANA: Via Lago di Misurina 12, 00019 a Villa Adriana, Tivoli (RM)

Tel : 0774 1840343

WhatsApp: 348 1352808

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TIVOLI: Via naz. tiburtina, 69 a Tivoli (RM)

Tel:  0774 010390

WhatsApp: 340 8885313

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