Mio figlio non ha amici

Mio figlio non ha amici

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Quant’è importante per un bambino/ragazzo socializzare e far parte di un gruppo?

A partire dall’ingresso alla scuola materna ed elementare, il gruppo dei pari assume un’importanza considerevole nella vita dei bambini.

Il gruppo è un contesto di apprendimento fondamentale per lo sviluppo socio-relazionale ad ogni età, ed è cruciale per la costruzione dell’identità in fase adolescenziale.

In esso il ragazzo trova sostegno ad una personalità precaria, vede come gli altri affrontano problemi simili ai suoi, sperimenta nuovi ruoli sociali, vive situazioni senza il controllo degli adulti, costruisce la propria dimensione etica.

Ora è in grado non solo di leggere empaticamente gli stati emotivi dei suoi coetanei ma anche di figurarsi cosa li ha provocati, di attribuirne le cause con sempre maggior precisione e complessità:
Si sta sviluppando la sua teoria della mente, un’innata predisposizione a orientarsi e imparare dagli altri, sviluppando abilità per interpretare il comportamento altrui.

 

I bambini scelgono principalmente e spontaneamente chi vedono come PIÙ SIMILE A SÉ.

“Per il bambino infatti, l’altro presenta una doppia faccia: è altro da sé ed allo stesso tempo gli è simile […]. Nella misura in cui l’altro gli rinvia la propria immagine, il bambino prende coscienza della propria identità […]. La conoscenza di sé, presupposto di ogni conoscenza del mondo circostante, è in qualche modo un gioco dialettico tra i due poli che caratterizzano la presenza dell’altro: la somiglianza e la differenza.”
(Vayer e Camuffo)

Cosa intendiamo per difficoltà socio-relazionali?

Durante la crescita alcuni bambini possono manifestare delle difficoltà nella socializzazione e nel relazionarsi con gli altri.

Per difficoltà socio-relazionali intendiamo l’insieme di disagi e difficoltà che bambini, ragazzi e giovani adulti possono sperimentare nel fare i conti con la propria dimensione emotiva, affettiva e relazionale.

Alla base di gran parte di questi disturbi spesso ci sono le rappresentazioni disfunzionali di sé e del mondo circostante che l’individuo si crea, partendo dalla tendenza a ingigantire gli aspetti negativi della realtà, con rigidità e poca flessibilità di pensiero.

I bambini a sviluppo tipico, con disturbi relazionali, spesso nutrono scarsa autostima, assumono atteggiamenti oppositivi e di rifiuto, si sentono impotenti e spesso sperimentano ansia e rabbia.

Un disturbo socio-relazionale può essere la manifestazione delle difficoltà che affronta il bambino, nel mettersi in relazione con le altre persone e può dipendere:

  • Dallo sviluppo delle funzioni cognitive (linguaggio, percezione, attenzione memoria, emozione, ragionamento).
  • Dall’esperienza (dalla natura e dal numero delle relazioni in cui il bambino si è impegnato).
  • Dai cambiamenti nell’ambiente che circonda il bambino (aspettative, richieste, compiti, ecc).
  • Da un disturbo del neuro-sviluppo

Per molti bambini non è facile esprimere le proprie emozioni, soprattutto quando non percepiscono la presenza di una dimensione relazionale sicura.
Quando ci sono difficoltà ad esprimere liberamente il proprio mondo emotivo, inevitabilmente le relazioni ne risentono strutturandosi spesso in maniera superficiale e povera.

Nelle relazioni di questi bambini con i loro coetanei è possibile evidenziare quindi una scarsa competenza emotivo-relazionale, una tendenza all’isolamento ed alla costruzione di un mondo parallelo al reale, dove rifugiarsi.

Si tratta di bambini che tendono a isolarsi, a chiudersi in se stessi, e che rimangono passivi e sottomessi nei confronti degli altri.

Si è potuto constatare che, la maggior parte dei disturbi emotivi e socio-relazionali sono influenzati da alcune modalità distorte con cui il bambino (o l’adolescente) rappresenta mentalmente se stesso e il proprio mondo.

È possibile notare una tendenza ad ingigantire gli aspetti negativi della realtà, ricorrendo a modalità di pensiero rigide e assolutistiche, ad esempio con un’eccessiva frequenza di termini quali “sempre”, “mai”, “nessuno”; oppure considerazioni del tipo “non me ne va mai bene una”, “tutti ce l’hanno con me”, “nessuno mi vuole bene”, “non ne faccio mai una buona”.

La tendenza a categorizzare in modo estremo influisce negativamente sull’umore e quando si consolida, diventando il modo abituale di considerare se stessi e il proprio mondo, può condurre a disturbi emozionali quali ad esempio ansia e depressione.

Cosa fare?

È importante quindi effettuare un’attenta valutazione al fine di comprendere il quadro emotivo del bambino, la presenza di eventuali disturbi evolutivi e gli aspetti relazionali, soprattutto con le principali figure di accudimento.

Quando non riescono ad esprimersi emotivamente, i bambini potrebbero manifestare difficoltà in famiglia e nel contesto scolastico, per esempio:

  • Difficoltà a separarsi dai genitori,
  • Difficoltà a socializzare con i coetanei e ricerca di un rapporto esclusivo con l’adulto,
  • Difficoltà ad accettare e rispettare le regole,
  • Difficoltà nella gestione delle emozioni: inibizione emotiva o eccessiva irrequietezza,
  • Sintomi fisici (nausea e mal di stomaco, giramenti di testa ecc),
  • Prepotenze e prevaricazioni nei confronti dei compagni,
  • Oppositività, Ansia scolastica e ansia da prestazione, Isolamento, mancanza di interesse, chiusura, emarginazione.

I disturbi emotivi e socio-relazionali possono emergere nel contesto scolastico, a partire dalla scuola dell’infanzia, o comunque in ambienti di socializzazione extra familiari.
Non di rado sono gli insegnanti a portarli all’attenzione dei genitori che spesso si trovano di fronte a descrizioni incongruenti rispetto all’esperienza che hanno dei propri figli.

Cosa potrebbe succedere se non si interviene?

Laddove questi campanelli d’allarme non vengano colti o sottovalutati è serio il rischio che la situazione degeneri in patologia, in quanto tali segnali potrebbero cronicizzare nel tempo.

Il rischio è quello di cadere in un circolo vizioso:

le difficoltà di interazione sociale comportano l’esclusione dai rapporti sociali e questo non farà altro che alimentare e rinforzare la modalità antisociale propria del bambino (con seguente chiusura in se stesso).

Si potrebbero manifestare situazioni patologiche più complesse, quali:
– Disturbo d’ansia;
– Disturbo depressivo.

Se l’atteggiamento di tuo figlio ti preoccupa, parlane con un professionista, potrà indicarti la strada da percorrere per una gestione serena del problema.


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